Recensione film The New World


Rifratto attraverso le trasparenze di freschissimi corsi d'acqua, ombreggiato dai verdi infiniti di mille foglie diverse, avvolto nei suoni esotici di uccelli misteriosi e invisibili, ripreso da un occhio/camera in perenne, ipnotico movimento è the new world, come da titolo dell'ultimo film di Terrence Malick, «il nuovo mondo». Ovvero: Virginia, anno 1607. Al suo quarto lavoro, l'elusivo autore texano (non dirige dal `98, continua a non farsi intervistare o vedere, facendosi «rappresentare» da quell'unica buffa sua fotografa, con il cappellaccio) sceglie uno dei pochi grandi miti fondanti del pianeta Usa: il primo incontro tra i colonizzatori inglesi e il nuovo continente, incarnati dal capitano di fortuna John Smith e dalla principessa dei Powhatan, Pocahontas. Prima di lui, avevano già provato a raccontarne la storia, nel 1953, con un B movie della United Artists, Captain John Smith and Pocahontas, e molto più recentemente con un cartoon della Disney. Si tratta però di un capitolo di storia made in Usa che al cinema (revisionista e non) non ha mai suggerito le opportunità mitopoetiche offerte invece dalla conquista del West. Nell'immaginario di Malick, la genesi dell'irripetibile Dna che è l'America è una storia d'amore impossibile, di purezza perduta, una complessa, stilizzata, coreografia tra animismo e darwinismo, Whitman e libri di storia, selvaggi sofisticatissimi e aristocratici bifolchi (diversamente da pionieri puritani che a bordo della Mayflower approdarono in Massachusetts 30 anni dopo, i colonizzatori della Virginia erano per lo più pecore nere di famiglie nobili, deboli e debosciati). La sua è una poesia magniloquente e triste - e questo è un film piuttosto... hippie. Non stupisce che a The New World, il regista della Sottile linea rossa (in cui già alcuni soldati sognavano di perdersi nelle culture innocenti degli atolli del Pacifico) avesse cominciato a pensare nel 1970. Persino la Pocahontas che si è scelto, la quattordicenne attrice di origine indio/peruviana Q'orianka Kilcher, ha un look molto figlia dei fiori - è Gaugin nella summer of love. Straniamento, un po' di vertigine, la visione di qualcosa di famigliare (piante, acqua, uccelli, colori bruni..), quel che però in questa versione non risulta famigliare per niente sono le sensazioni all'inizio del film. John Smith (Colin Farrell) e un gruppo di macilenti inglesi capitanati da Christopher Plummer, approdano sulla riva del fiume Chickahominy. Fin da subito, Malick evita giustapposizioni, piani troppo contrapposti, preferendo avvolgere il tutto in una serie di movimenti di macchina, brevi e lunghi, destabilizzanti. Come girati dalla tolda di una nave che beccheggia, o da uno sguardo circospetto, che tenta invano di abbracciare nella sua interezza una realtà diversa. Il nuovo mondo è già «un altro pianeta». Nascosti tra le foglie, alcuni nativi, dietro agli strati di terre e linfe colorate da cui sono coperti, li osservano perplessi - i loro movimenti tra il gioco e un balletto. Nella foresta appaiono e scompaiono come fantasmi, mentre sulla riva del fiume, dove si accampano faticosamente, i nuovi arrivati sopravvivono negli stenti con l'ostinazione sgradevole e fetida di una comunità di spettri. Inviato in missione presso il villaggio indiano nel cuore dei boschi, Smith è l'unico del suo drappello ad arrivarci vivo. In effetti non durerebbe tanto nemmeno lui se Pocahontas, che è la figlia del capo, non gli facesse scudo con il proprio corpo quando decidono di ucciderlo. La scena sarebbe realmente successa, ed è raccontata nei diari di Smith che sono serviti a Malick (firma anche la sceneggiatura) per costruire parte di un doppio voice over impressionista tra Smith e la principessa indiana. I due si innamorano, ovviamente - un rapporto, il loro, di carezze e giochi nell'erba, una sublimazione infantile, «innocente» priva di erotismo. E i Powhatan accolgono il bruno avventuriero sperando ancora che i pionieri siano lì solo momentaneamente. Quando però si accorgono che intendono restare, decidono di attaccarli. Pocahontas li avvisa e, per questo, viene bandita per sempre da suo padre. La battaglia è sanguinosa per entrambe le parti. Sarà solo la prima di quella che, con l'avanzamento dei coloni, è destinata a diventare una guerra di sterminio. Come indicato sui libri di storia, a un certo punto nel film, la ragazza viene venduta come ostaggio e inizia un'esistenza ibrida tra il suo mondo e quello dei pionieri. Ma a qual punto, Smith se ne è già andato, in cerca di nuove avventure e facendole credere di essere morto. Pocahontas sposerà uno dei fondatori dell'industria del tabacco in Virginia, John Rolfe (Christian Bale), con il quale si stabilisce in una di quelle fattorie che ricordano gli inizi di certi film di John Ford, o di Clint Eastwood. In quanto principessa dei nativi, verrà ufficialmente invitata alla corte d'Inghilterra. Ma, priva degli anticorpi necessari a navigare «il vecchio mondo», la principessa muore lì, di malattia. E, pensando al cinema schivo, allo stesso tempo profondamente saggio e ostinatamente naïve, di Malick - un cinema da major che lui avvicina come un documentario (non illumina artificialmente i set e li fa costruire per intero) - non si fa fatica a capire cose gli sia piaciuto della sua storia. - Fonte Il Manifesto -

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