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Storace e il centro destra: cinque anni di aggressione all’ambiente

2000 – 2005: IL SACCO DEL TERRITORIO QUATTRO MODIFICHE CHE DIVORANO IL TERRITORIO AGRICOLO Quattro proroghe e poi una definitiva modifica alla l.r. 38/99 (Governo del territorio) approvate dalla giunta Storace consentono l’edificazione nelle aree agricole per realizzare edifici o ville a scopi residenziali.

Sono decine di migliaia le richieste di concessione edilizie in aree agricole presentate in tutto il Lazio per milioni di metri cubi di cemento Si sono costruite ville là dove prima si coltivava ed in particolare nel Viterbese, nel Reatino, nella provincia di Roma sono migliaia le ville realizzate per un totale di 1 milione di metri cubi di cemento. Il consumo del territorio agricolo prosegue al ritmo di 2,1 ettari al giorno. La legge di modifica delle aree agricole voluta da Storace la prima è stata approvata nel luglio del 2000 consente anche a chi non è agricoltore di realizzare ville su aree agricole e non definisce un lotto minimo dove costruire. Conseguenza di questo provvedimento è il proliferare di costruzioni di ville in ogni luogo. È sufficiente girare per la Provincia di Rieti, Viterbo e di Roma in particolare a Civitavecchia per vedere come il territorio agricolo sia stato frammentato in piccolissimi lotti tutti edificati o in via di costruzione. Un vero e proprio scempio. È aggredita l’integrità del paesaggio agrario del Lazio per far posto al cemento A conferma di questa politica aggressiva contro l’agricoltura e il territorio vengono i dato dell’ISTAT. Nella Regione Lazio le aziende agricole sono diminuite del 9% da 238.269 sono passate a 216.824 e la superficie agricola utilizzabile è diminuita del 9,5 % da 236.677 a 214.634 ettari con un trend in aumento nel 2001. Gli allevamenti sono diminuiti del 35%. Incredibile anche il dato relativo alle coltivazioni della vite: sono diminuiti del 39 %. Circa 22.000 ettari di superficie agricola consumati dal cemento e questo dato sarà destinato ad aumentare fortemente perché mancano ancora i dati del 2001 che sono terrificanti. Tutto ciò è conseguenza di una politica che non ha favorito l’agricoltura e che ha chiaramente inviato un messaggio a chi era agricoltore e proprietario di aree agricole che era più vantaggioso diventare imprenditore edile che agricolo. La legge di Storace ha quindi consentito la trasformazione di imprenditori agricoli in imprenditori edili con conseguente distruzione di migliaia di ettari di territorio agricolo

PIANO TERRITORIALE PAESISTICO REGIONALE (PTPR)

Con Storace, dopo l’urbanistica contrattata, arriva l’era della tutela paesistica “contrattata”. Preservare e tutelare i beni paesaggistici e naturalistici non è più una prerogativa della Regione, ma diventa un campo aperto alle contrattazioni, alle deroghe e alle compensazioni. I vincoli e le norme di tutela se non piaceranno si potranno cambiare a piacimento di un sindaco o di un imprenditore con un semplice accordo di programma. Già nell’ultima finanziaria regionale, è stato introdotto un articolo con il quale si da via libera aipiani di recupero (art. 11) in deroga alle norme di tutela paesistica. Ma l’obiettivo finale è la modifica della l.r. 24/98, l’ultimo baluardo che aveva preservato parte del prezioso patrimonio paesaggistico e naturalistico del Lazio.

La legge demolisce e riduce le tutele ambientali e paesistiche della nostra regione con scientifica precisione, in modo da consentire edificazioni e trasformazioni urbanistiche in luoghi vietati dalla normativa vigente. Ecco in dettaglio quali sono le gravissime modifiche che Storace vuole apportare ai vincoli paesistici ed ambientali. Sulle coste saranno possibili nuovi interventi edilizi, grazie anche ad una riduzione da 150 a 50 metri della fascia di rispetto, riduzione che colpirà anche le sponde di tutti i corsi d’acqua. Si permette di costruire in deroga al vincolo statale nei territori boschivi sopra i 1.200 m, e le aree boschive vengono inserite nel calcolo del lotto minimo per facilitare le edificazioni La regione potrà modificare il PTPR dopo due anni, togliendo il vincolo paesistico, mentre i Comuni, invece di adeguare i piani regolatori al PTPR (strumento sovraordinato) possono proporre per esigenze di sviluppo (edificazione) proporre modifiche al PTPR e togliere i vincoli Si potranno effettuare manutenzioni ordinarie e straordinarie del patrimonio edilizio esistente con alterazione dello stato dei luoghi, nonché ristrutturazioni con ampliamenti fino al 20%, e realizzazioni di impianti tecnologici, compresi distributori di carburanti tutto in deroga al vincolo paesistico Riguardo i beni archeologici sono esautorate le Soprintendenze archeologiche dal controllo del territorio, le cui “segnalazioni” non avranno più valore ed efficacia in quanto saranno solo da Ministero e Regione ad emettere provvedimenti. Addio Soprintendenze! Una delle modifiche più gravi previste è quella riguardante i programmi d’intervento “finalizzati alla composizione delle conflittualità presenti sul territorio tra attività di trasformazione e di salvaguardia”, la giunta regionale potrà approvare anche presentando difformità al PTP o al PTPR, poiché il programma potrà essere trasformato in legge dal consiglio regionale! Con apposite convenzioni si potranno individuare paesaggi protetti d’intesa con le camere di commercio, industria artigianato, imprese varie e organizzazioni di categorie produttive (tutti soggetti notoriamente dediti alla tutela del paesaggio….). Questa nuova categoria di “paesaggio protetto” di protetto non ha proprio nulla dato che è sempre rigorosamente in deroga ai vincoli paesistici del PTPR. Anche gli strumenti urbanistici attuativi comunque denominati (es. articoli 11) modificano i PTP o il PTPR La regione può modificare il PTPR dopo due anni, cioè può togliere il vincolo paesistico, anche “per aree soggette a cambiamenti estetico percettivi” (cosa vuol dire?)

Insomma il PTPR diventa una sorta di colabrodo, una scatola vuota, che tutti potranno modificare a seconda delle proprie esigenze.

IL DISASTROSO CONDONO

La giunta Storace ha approvato una legge vergogna, quella sul condono edilizio che potremmo chiamare il condono Berlusconi-Storace. A) Le legge approvata prevede la sanatoria edilizia per nuove costruzioni per un massimo di 450 metri cubi, ovvero per una superficie di 141 mq. Veri e propri mega appartamenti o ville. B) Ma Storace ha previsto anche dei “trucchetti” per permettere il condono edilizio per singole unità immobiliari. Tradotto significa che se è stata realizzata una palazzina con 20 appartamenti è possibile avere il condono edilizio purché le unità immobiliari siano intestate a diverse persone. Questa norma va contro la sentenza della Corte Costituzionale (302 del 1996) che stabilisce che la concessione in sanatoria debba riguardare l’opera edilizia nella sua complessità. In questo modo potranno essere condonabili complessi edilizi anche di decine e decine di migliaia di metri cubi. C) Sono previste sanatorie per ampliamenti edilizi per un massimo di 400 metri, ovvero 125 mq. D) Gli abusi edilizi commessi nei parchi della regione Lazio e di Roma prima, del 1997 data della loro istituzione, potranno essere sanati. Questa norma va contro la sentenza del Consiglio di Stato che in adunanza plenaria (20 del 1999) ha stabilito che il vincolo ha cogenza al momento della valutazione della domanda di sanatoria. La norma che prevede la regione è di fatto un’istigazione alla violazione delle leggi dello Stato in materia di vincoli. E) La legge sul condono di Storace prevede la sanatoria sulle aree demaniali, aree di proprietà pubblica, per coloro i quali hanno realizzato ampliamenti sino ad un massimo di 400 mc, ovvero 125 mq. F) Si prevede il silenzio assenso per il rilascio delle concessioni in sanatoria. Un meccanismo inaccettabile che rischia di portare a sanare ciò che non è sanabile, non solo dal punto di vista dei vincoli, dei limiti di cubatura ma anche della data in cui è avvenuto l’abuso. D)Nella legge Storace non è previsto il nulla osta delle Soprintendenze archeologiche e ambientali e degli enti parco per il rilascio della concessione in sanatoria nelle zone vincolate che non abbiano vincolo di inedificabilità assoluta. Il condono di Storace non solo è a maglie larghe ma introduce la possibilità di sanatoria nelle aree vincolate, nei parchi e nelle aree demaniali peggiorando anche le norme del condono Berlusconi. Gli effetti del condono edilizio saranno devastanti per l’ambiente e il territorio. In tutta la regione 10 milioni di metri cubi potranno essere sanati. Solo a Roma sono 30mila le domande presentate sino ad oggi ed altre se ne potranno aggiungere sino al 10 dicembre 2004. Saranno circa 5 milioni i metri cubi che solo a Roma potranno essere sanati. Nelle zone demaniali marittime e lacuali della regione sono circa 4mila le domande presentate per circa 1.500.000 di metri cubi. Ci opporremo a questa legge e faremo di tutto per modificarla come ha fatto la regione Emilia Romagna e il Veneto che non prevedono la nuova edificazione, due regioni di colore politico diverso. Difenderemo il paesaggio, le coste, i laghi e i cittadini onesti che dovranno pagare di tasca propria le opere di urbanizzazione di chi ha violato la legge.

CAVE

Legge n. 30 del 30 novembre 2001 sanatoria delle cave che operano in aree di vincolo idrogeologico e paesistico. 120 cave in tutta le regione, 75 solo a Roma, cavano nonostante la presenza dei vincoli ambientali ed idrogeologici. La legge consente attività estrattive in presenza di vincoli ambientali (tutela del paesaggio, tutela delle falde idriche, parchi e riserve naturali, aree site in prossimità dell’abitato. Le cave interessate da vincoli ambientali sono circa 120: il 45% sono collocate a Roma, il 30% a Viterbo, il 15 % a Frosinone le restanti nelle altre province. 5 milioni di metri cubi l’anno di materiale viene estratto in aree vincolate. Ultim’ora: approvata la proposta di legge 607 del 2003, un provvedimento che non rilancia il riutilizzo del materiale proveniente dall’attività edilizia e soprattutto prevede scarsissimi controlli che non assicurano l’incolumità dei cittadini e il rispetto ambientale. Alcune norme permetteranno modalità di estrazione sempre più estese, durata delle concessioni fino a venti anni, e l’attività di ricerca biennale, escamotage che consente di aggirare le norme ed estrarre col pretesto della ricerca. Infine si prevede una verifica delle attività estrattive ogni tre anni, durante i quali ovviamente può succedere di tutto.

ELETTROSMOG: SOLO PAROLE

L'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito l'inquinamento elettromagnetico uno tra le 4 principali problematiche per l’uomo, sottolineando che si deve procedere con politiche che riducano al minimo possibile l'esposizione ai campi elettromagnetici.

La Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 12 luglio 1999 n°519, relativa alla limitazione dell’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici da 0 Hz a 300 GHz, assunta a norma dell’art. 152 e dell’art. 3 lettera p) del Trattato dell’Unione per il conseguimento di un notevole livello di protezione della salute delle persone, riafferma in tema di elettrosmog il Principio di Precauzione: in caso di dubbio sul livello del rischio, si deve adottare l’impostazione più tutelante consistente nel minimizzare detto rischio, ricorrendo eventualmente all’opzione zero:

Da recenti studi effettuati (Richard Doll 4 marzo 2001) è risultato che sussistono rischi di leucemia infantile (in prossimità di elettrodotti), tumori celebrali ed altre patologie vivendo in prossimità dei campi magnetici e campi prodotti da radiofrequenza. Molte riviste specializzate e notiziari della "fondazione italiana per la ricerca sul cancro" hanno evidenziato un significativo incremento di tali malattie. L'interazione tra campi elettromagnetici e l'uomo può causare danni al sistema biologico (sistema nervoso, sistema immunitario, sistema visivo), nonché disturbi del sonno e creare danni anche irreversibili alla salute. Dal punto di vista scientifico ed epidemiologico è stato evidenziato che esiste la possibilità di rischio per la popolazione esposta cronicamente a questo tipo di radiazioni e per evitare un danno più rilevante sarebbe doveroso non accordare permessi d'installazione di antenne all'interno di quartieri residenziali, sulle case, nelle vicinanze d ospedali e scuole. Queste indicazioni sono state completamente ignorate nel Decreto n.198/2002 del Ministro per le Comunicazioni Gasparri che spiana la strada all’installazione selvaggia: le antenne possono essere messe in qualsiasi luogo. Annullata qualsiasi regola urbanistica o edilizia decisa dai singoli Comuni per tutelare la popolazione dall’elettrosmog.

Normativa

Non è ancora stata approvata (il Lazio è una delle poche regioni), una Legge regionale specifica a tutela dall’inquinamento elettromagnetico da bassa (elettrodotti) e da alta frequenza (antenne), non esiste una legge che disciplini l’installazione delle antenne, (noi Verdi abbiamo presentato la p.l. n. 6 del 24/07/2000 tutela elettrosmog degli elettrodotti, e la p.l. n. 388 del 12/03/2002 tutela elettrosmog delle antenne). Tutto questo nonostante ci sia stato un Consiglio Regionale straordinario (da noi promosso) nel quale fu approvata una mozione, era il 25 ottobre 2000, che impegnava la Giunta Regionale a presentare una legge per la protezione della salute dai campi elettromagnetici entro 45 giorni.

INQUINAMENTO ATMOSFERICO

L'inquinamento atmosferico rappresenta uno dei principali fattori di rischio per la salute nelle aree urbane. Al riguardo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in un recente documento, ha concluso che l’inquinamento da polveri fini nell’ambiente urbano è responsabile ogni anno di circa 100.000 morti (e 725.000 anni di vita persi) nella sola Europa. Secondo la stima dell’OMS, l’inquinamento atmosferico rappresenta infatti in Europa il principale fattore di rischio ambientale, complessivamente l’ottava causa di morte più importante. Analoghe indicazioni vengono dal progetto Air Pollution and Health: European Information System (APHEIS), uno studio finanziato dalla Commissione Europea sull’impatto dell’inquinamento atmosferico in 26 città europee. Secondo questo studio, una riduzione dell’inquinamento da PM10 (materiale particellare di granulometria inferiore ai 10 micrometri) di soli 5 mg/m3 potrebbe evitare circa 5 000 morti per anno nella popolazione interessata dall’indagine (complessivamente 32 milioni di cittadini).

La Regione Lazio in tema di lotta all’inquinamento atmosferico ed in particolare delle polveri sottili (PM10 e PM2,5) è completamente latitante, infatti a tutt’oggi non è stata ancora attivata neanche una centralina per il rilevamento delle pericolosissime PM 2,5 come prevede l’art. 5 della Direttiva 1999/30/CE e l’art. 18 del D.M. n. 60/2002. Su questa inadempienza ho diffidato Storace e l’Assessore all’Ambiente della regione. Emblematico è il caso della riconversione a carbone di torre Valdalica nord della centrale di Civitavecchia. Questo scellerato progetto oltre ad essere in contrasto con il Piano energetico regionale approvato da Storace, e in contrasto con la normativa Europea e il Protocollo di Kyoto, aggrava la drammatica situazione ambientale di Civitavecchia che come ha constatato la ASL RM F presenta un tasso di mortalità per patologie (tumori e altro) bronco-polmonari superiore agli altri centri del distretto RM F.

Sappiamo che il traffico da autoveicoli è il maggior responsabile dell’emergenza smog e polveri sottili, ma la Giunta Storace anche in questo caso è assente. L’unico atto è una delibera che fissa dei limiti per le polveri sottili solo per i Comuni di Roma e Frosinone. Tutti i restanti grandi centri del Lazio che pure sono attanagliati dal traffico e oppressi da un forte inquinamento da smog e polveri sottili sono stati ignorati. L’ARPA dispone soltanto di otto centraline per il monitoraggio dell’inquinamento atmosferico in tutta la regione e non è in grado di gestire l’emergenza ambientale da smog. Non è mai stata fatta una politica mirata per una mobilità sostenibile, che implementi il trasporto pubblico con mezzi ecologici a fronte di quello privato. Da questo punto di vista occorrono misure straordinarie d’investimento per Roma capitale e per tutti i Comuni del Lazio assediati dallo smog, altro che grandi opere inutili e insostenibili sotto il profilo ambientale. Se la Regione Lazio abbandonasse per esempio il devastante progetto del Corridoio Tirrenico Meridionale e utilizzasse i 3 milioni di euro per migliorare il trasporto pubblico, si potrebbero acquistare 11.143 autobus a metano o realizzare 222 Km di tramvie e acquistare 266 tram.

RIFIUTI ( = TERMOINCINERITORI)

La Giunta Storace in perenne emergenza rifiuti, ha approvato il Piano rifiuti del Lazio che di fatto assume il limite del 35% di Raccolta Differenziata fino al 2015 come percentuale massima, invece che come livello minimo, ponendosi così in contrasto con lo spirito del Decreto Ronchi. Naturalmente non indica né prevede le risorse economiche a sostegno degli interventi per la riduzione nella produzione dei rifiuti.

Il piano regionale non riconosce la grande pericolosità degli impianti di incenerimento, infatti prevede la realizzazione di 7 termoinceneritori. Per la normativa comunitaria gli inceneritori sono considerati “impianti aventi una grande potenzialità di inquinamento a livello locale.”(dir.96/61 CE) Anche gli inceneritori di ultima generazione comportano l’immissione nell’ambiente oltre che di macroinquinanti anche di microinquinanti tra i quali assumono particolare rilievo sanitario le diossine e i furani. Tra le diossine la TCDD , che l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro considera come cancerogeno umano certo.

A tutto ciò si sommano atti emanati dal Commissario straordinario per i rifiuti del Lazio che consentono l’apertura di discariche per varie tipologie di rifiuti, come la discarica per rifiuti pericolosi, non pericolosi e fluff localizzata nella borgata Falcognana. Oppure la mega discarica per C.D.R. (combustibile da rifiuti) in via Castel Malnome a Ponte Galeria che dovrà servire il nuovo temoinceneritore (previsto dal piano rifiuti).

ENERGIA NEL LAZIO: RITORNO AL CARBONE

L’Ente Gestore Rete Trasmissione Nazionale, pubblica annualmente i dati statistici relativi alla produzione e consumo dell’energia in Italia. Dai dati del 2001 si rileva che il Lazio produce 8588 MW di energia, a fronte di un consumo pari a 6235 MW, con un saldo positivo di 2353MW, pari cioè al 27%. Nonostante ciò a seguito del D.L. 7/2/2002 n.7, così detto “sblocca centrali”, convertito in Legge 55 del 9/4/2002, sono state avanzate da parte di società private dodici richieste d’autorizzazione per nuovi impianti termoelettrici nella sola Regione Lazio che porterebbero a 17000 MW la produzione d’energia nel Lazio, ben il 127% in più dell’attuale consumo. Storace parla di fonti energetiche alternative e per sperimentarle pensa di costruire a Valmontone la città del divertimento, ma intanto la politica energetica regionale va in altra direzione.

Contrariamente a quanto viene detto sulle centrali a ciclo combinato alimentate a gas l’impatto di questi impianti di potenza media di 800 MW sono micidiali per l’ambiente. In un recente studio condotto da due ricercatori del Cnr, che hanno raccolto cospicua documentazione scientifica in merito, risulta che per centrali di questo peso, la maggior parte di quelle proposte sul nostro territorio, si stima un’emissione di polveri sottili PM10 nell’intervallo 150-250 t/anno.

Vale a dire migliaia di t/anno di polveri sottili inalate dai cittadini che si troverebbero a vivere nelle vicinanze di questi nuovi impianti. Sapendo poi dove queste centrali sono localizzate – prosegue Bonelli - emerge l’assoluta incompatibilità territoriale per questi impianti. Colleferro, Guidonia Montecelio, Aprilia, Velletri, Pomezia, alcuni dei Comuni nei quali sono localizzati questi impianti, risultano Comuni già ad alta criticità, nei quali i valori di PM10 sono superiori ai limiti previsti e per i quali devono essere predisposti piani di azione da parte della Regione, come risulta dalla valutazione preliminare della qualità dell’aria di cui alla Deliberazione della Giunta Regionale 1°agosto 2003, n.767.

Civitavecchia: il ritorno all’età del carbone….

Oltre le dodici nuove centrali un’altra bomba ambientale verrà realizzata a Civitavecchia, dove è stato dato il via libera alla riconversione a carbone della centrale di Torre Valdaliga Nord. Il mastodontico progetto, per la cui realizzazione ci vorranno 5 anni e ben 1.200 milioni di euro, una volta in esercizio brucerà quattro milioni di tonnellate di carbone che produrranno 528.000 tonnellate di ceneri. Per l’abbattimento dell’anidride solforosa emessa serviranno 200.000 tonnellate di calcare da macinare e verranno prodotte 255.000 tonnellate di fanghi e gesso da smaltire. Ammettendo che la dispersione dei materiali sia solo dello 0,1%, ci sarebbero 6.000 tonnellate di polveri nell’aria. La megacentrale si dovrebbe realizzare su un territorio che è il primo polo nazionale ed europeo per produzione di energia elettrica, essendo presenti in meno di 30 chilometri 3 centrali per complessivi 7.100 Mw. Le conseguenze sulla popolazione sono evidenti. Uno studio condotto dall’Osservatorio epidemiologico di Roma e del Lazio tra il ’93 e il ’98 evidenzia nella zona di Civitavecchia e dei comuni confinanti un aumento di mortalità per tumori alla trachea, ai polmoni, al sistema linfatico ed emopoietico, nonché un eccesso di mortalità per leucemie e linfomi.

CORRIDOIO TIRRENICO MERIDIONALE: INUTILE, COSTOSO DANNOSO

2577 milioni di euro 130 chilometri di asfalto 51 tra viadotti e ponti 48 cavalcavia 31 sottovia 17 chilometri di gallerie 15 comuni interessati 500ha agricoli cancellati 4500 aziende in ginocchio 280 siti archeologici devastati 60.000 utenze idriche a rischio. L’opera “strategica” che vuole Storace: un progetto inutile per la mobilità regionale devastante dal punto di vista ambientale e che mette in ginocchio l’agricoltura pontina.

Nel marzo 2002 Storace sottoscrive con Berlusconi l’intesa generale quadro Stato-Regione per la realizzazione delle opere strategiche della legge obiettivo, che riguardano la regione Lazio. Tra esse figura “l’adeguamento della tratta della SS 148 Pontina fino al raccordo con la SS Appia come completamento del corridoio tirrenico meridionale.” In realtà il progetto preliminare sottoposto alla procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale, riguarda di fatto una nuova autostrada a pedaggio che s’innesta dalla A12 fino a Formia, correndo parallelamente alla SS.148. Si abbandona con un colpo di mano il progetto della messa in sicurezza della SS. Pontina, una strada tristemente nota per l’alto valore d’incidentalità.

L’opera si configura come un vero e proprio scempio ambientale. Nel solo tratto interno al Comune di Roma il percorso trancia di netto ben due Riserve naturali con un colpo solo: la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano e la Riserva naturale di Decima-Malafede, che costituiscono un sistema ecologico di primaria importanza per la Regione. Compromessi anche Siti d’Interesse Comunitario e Zone a Protezione Speciale del sistema Natura 2000. Otre 500ha di territorio agricolo nei quali sono tuttora presenti colture intensive importanti, verranno cancellati e 4500 aziende saranno messe in ginocchio. L’intero sistema agricolo pontino verrebbe irrimediabilmente stravolto per effetto del passaggio di una grande infrastruttura che darà l’avvio a nuovi processi di urbanizzazione intensiva.

La procedura adottata risulta in palese violazioni di norme nazionali e comunitarie. Il progetto del nuovo asse autostradale viene proposto da ARCEA Lazio SpA, società costituita dalla regione Lazio (51%) e da Autostrade SpA (34%), Consorzio 2050 (10%) e Monte dei Paschi di Siena Merchant (5%). I soci privati della società detengono il 49% e sono stati scelti dalla regione Lazio mediante gara di evidenza pubblica. Lo scopo della società ARCEA è quello di progettare, costruire e gestire le due nuove autostrade regionali a pedaggio, recepite nella legge Obiettivo: il Corridoio Tirrenico Meridionale e la Cisterna- Valmontone.In merito si è già espressa l’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici che con Deliberazione n.1 del 14 gennaio 2004 ha ritenuto che Arcea Lazio SpA, ha natura di organismo di diritto pubblico e come tale è soggetta alle regole della legge Merloni, la legge sugli appalti pubblici. Pertanto la Regione Lazio per la progettazione e l’esecuzione dei lavori avrebbe dovuto espletare regolare gara d’appalto e non invece rivolgersi al socio privato di minoranza o a società ad essa collegate. La UE ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per la violazione della normativa comunitaria in materia di appalti pubblici e concessioni.

L’assenza di copertura finanziaria. La deliberazione Cipe del 29 settembre scorso, ha approvato il progetto per 2/3 del tracciato con uno stanziamento di 259 milioni di euro. In realtà il progetto dell’opera stima il costo complessivo in 2577 milioni di euro, più del doppio del costo previsto (ma non stanziato) in 1.136,205 milioni di euro dalla delibera Cipe 21 dicembre 2001, che individuava le opere strategiche nazionali ai sensi della legge 443/01. Alle limitate risorse previste dallo stato dovrebbero sommarsi le risorse dei privati per il 60% della spesa. Una copertura finanziaria “virtuale” di appena un quinto del progetto complessivo dell’opera, che non basteranno a coprire neanche gli oneri di progettazione, gli espropri e gli indennizzi da pagare ai molti cittadini colpiti dal passaggio di questo mostro di cemento. Investire queste risorse nell’adeguamento e messa in sicurezza della SS. Pontina resta la scelta più responsabile e concreta che si deve fare.

IL DISPREZZO DELL’ACQUA

La Regione Lazio, insieme alla Toscana, è stata tra le prime Regioni a recepire con propria legge, LR 22 gennaio 1996, n.6, i contenuti della Galli. I cinque ATO insediati hanno operato il preventivo lavoro di ricognizione delle opere per poter approntare i relativi piani d’Ambito.

Nel primo Rapporto semestrale sulla gestione del servizio idrico integrato nella Regione Lazio ad opera del Garante del sevizio, emerge come le dispersioni rappresentino le criticità più ricorrenti nella rete idrica regionale. Nonostante non si possano delineare comuni ed uniformi valutazioni sulla vetustà delle infrastrutture e della rete, l’incidenza di perdita idrica nella rete di distribuzione è in genere di valori elevati. Nelle linee del Piano d’Ambito dell’ATO5 (Frosinone) ad esempio, l’intervento diretto all’eliminazione delle forti perdite in rete, è previsto come intervento di massima urgenza, specie per quanto riguarda la rete secondaria, quella che collega le condotte derivate alle utenze domestiche. Dalla sintesi del Piano d’Ambito ATO4 (Latina) si legge “ Le dispersioni, intese come acqua non contabilizzata (perdite, allacci abusivi, acqua non fatturata) variano dal 20% fino al 90%, con un valore medio, nell’Ambito, del 70% circa.”

In relazione allo sviluppo delle reti, le perdite annue su km di rete ammontano ad oltre i 20.000 mc valore più alto dopo quello della Regione Campania. Non è azzardato ritenere che negl’ultimi cinque-dieci anni il trend delle perdite della rete di distribuzione sia stato anche nel Lazio un trend in aumento. Le ricognizioni effettuate su gran parte del territorio laziale, ci consegnano un quadro allarmante su quello che è il volume d’acqua totale disperso. Solo nella città di Roma vengono stimati 170.000.000 di mc d’acqua, che immessi in rete non giungono agli erogatori finali, mentre nel resto dei comuni dell’ATO2 (Roma) complessivamente sono circa 110.000.000 di mc. Nell’intero ATO4 (Latina) vengono stimati complessivamente circa 94.000.000 di mc d’acqua dispersi, mentre nell’ATO5 (Frosinone) vengono stimati circa 60.000.000 di mc. Maggiormente ridotte sono le perdite stimate negli ATO3 (Rieti) e ATO1 (Viterbo), che complessivamente si attestano intorno ai 13.000.000 di mc. I dati complessivi ci dicono che siamo di fronte ad una rete di distribuzione fatiscente che presenta livelli di perdite nel Lazio stimati nel 48% dell’acqua trasportata, oltre 450.000.000 di mc.

Il 19 ottobre del 2000 la regione Lazio ha approvato una sanatoria per circa 180.000 pozzi di acqua, arrivando ad autorizzarne circa 230.000, che prelevano all’anno dalle falde 100 miliardi di litri di acqua. In due anni sono stati rapinati e dispersi 200 milioni di metri cubi di acqua. Questa vera propria politica di rapina dell’acqua ha alterato gli equilibri idrogeologici del territorio e ha contribuito a portare a secco invasi strategici d’acqua. La delibera della giunta Storace autorizza con una semplice autodenuncia l’apertura di un pozzo per il prelievo dell’acqua dalla falda ad una capacità max di 20 litri/sec. Questa norma avrà valore sino al 2010 ed è responsabile, insieme alla vetustà delle reti, della diminuzione dei livelli di falda in tutto il Lazio: dall’oasi di Ninfa, a Castel Fusano al pontino ai Castelli romani. La crisi idrica è a livelli di allarme a Ninfa, Amaseno, Ufente. Il fiume Ninfa si è trasformato in un ruscello,il corso si è abbassato di 40 cm. La portata del fiume Ninfa negli ultimi anni si aggirava sui 2000 litri/secondo oggi la portata è scesa a 500/600 litri/secondo. La sorgente del Mazzoccolo che rifornisce di acqua potabile i comuni del golfo pontino ha visto ridurre la portata dai 700-1000 litri al secondo a 3-400 litri secondo. Il Lago di Albano dal 1960 ad oggi si è abbassato di oltre 5 metri e quello di Nemi di 1,5. L’alterazione dell’idrostruttura Albana ha favorito la risalita in superficie di gas perivulcanici, con fenomeni pericolosi di emanazione di gas tossici dal sottosuolo, come Radon, Anidride Carbonica e Solforosa. Questi sono i casi più eclatanti che sono dovuti non solo alle mutazioni climatiche e alla forte siccità in atto ma al continuo utilizzo delle riserve idriche strategiche.

L’AGGRESSIONE AI PARCHI DEL LAZIO

Venerdì 2 agosto 2002 la giunta di centro destra della Regione Lazio ha approvato il taglio dei parchi Veio, Marcigliana, Decima-Malafede, Nomentum, Monti Lucretili e Inviolata: nella sola provincia di Roma verranno tagliati 15.000 ettari di parco, che si aggiungono ai 2.700 Ha già sottratti al parco di Bracciano e Martignano. Un’aggressione al sistema ambientale di Roma e del Lazio che non ha precedenti sia per la quantità della superficie sottratta ai parchi sia per la qualità ambientale delle aree sottratte.

Il 20 marzo il Consiglio Regionale approva la proposta di legge taglia parchi, e l’accetta di Storace contro i parchi è una barbarie. 18.000 ettari di parco tagliati per far posto a cemento e cacciatori. Veio, Marcigliana, Decima e Malafede, Nomentum, Monti Lucretili, Inviolata. Un taglio di 15.000 ettari a cui si devono aggiungere i 2.700 ettari sottratti al parco di Bracciano e Martignano alcuni mesi fa. Un’aggressione al sistema ambientale della nostra città e anche della regione che non ha precedenti sia per la quantità della superficie sottratta ai parchi sia anche per la qualità ambientale delle aree sottratte. A Veio vengono tagliati 2.600 ettari in una bellissima area a ridosso di Sacrofano. Il parco dell’Inviolata viene ridotto del 75% da 508 ettari passa a 400, stessa sorte per il parco del Nomentum che viene ridotto di 340 ettari. Il parco dei Monti Lucretili viene ridotto di 1340 ettari nell’asse che va da Marcellina a Palombara. Un taglio complessivo di 5.000 ettari a cui bisogna aggiungere oltre 15.000 ettari che non saranno più parchi dove sarà possibile cacciare e aprire nuove cave.

Le furbate di Storace per distruggere i parchi.

Storace istituisce la figura del parco rurale che in realtà non è niente altro che un monumento naturale. La modifica dell’art. 6 della legge 29/97 sui parchi viene modificata con l’ampliamento della definizione di monumento naturale a “ ambiti territoriali caratterizzati dalla presenza di aspetti paesaggistici rurali e da attività agricole tradizionali “ contestualmente le modifiche di Storace eliminano tutte le misure di salvaguardia dei monumenti naturali previsti dalla legge e qui di seguito riportati: a) manomissione e alterazione delle bellezze naturali, b) la raccolta di specie vegetative rare, c) le esecuzioni di taglio boschivo, d) le costruzioni edilizie di qualsiasi genere, e) l’esercizio della caccia e della pesca, f) l’apertura di cave, g) i movimenti di terreno, gli scavi, h) la riduzione a coltura dei boschi. Questi divieti in base alla legge provata dalla giunta cessano di esistere. Inoltre il monumento naturale per definizione è un’area piccola che viene vincolata da poche decine ad alcune centinaia di ettari. I monumento naturali non hanno più misure di salvaguardia e la cosa più importante è che i monumenti naturali vengono istituiti per decreto del presidente della Giunta Regionale e non per legge. Questo comporta che un decreto di istituzione di un monumento naturale, essendo un atto amministrativo, può essere impugnato al Tribunale amministrativo regionale da parte dei proprietari fondiari per far cadere l’istituzione del monumento naturale. Questa è un’operazione pianificata a tavolino dalla giunta Storace per fare un regalo alla proprietà fondiaria. I primi parchi ad essere declassificati a monumento naturale sono Veio per 2400 ettari, Decima Malafede per 3600 ettari e tutto il parco della Marcigliana per 4.600 ettari. Queste tre aree sono strategiche nel sistema ambientale , sono veri e propri corridoi biologici. In particolare Decima Malafede è un corridoio dell’avifauna migratoria: gli uccelli che provengono dalle vasche di Maccarese passano attraverso l’asta fluviale del Tevere e raggiungono i Castelli Romani attraverso l’area protetta di Decima e Malafede. Una decisione vergognosa ed indecente che porterà al massacro del patrimonio avi-faunistico della regione . Ma perché tutto ciò ? E’ la pressione della lobby delle associazioni venatorie che ottiene il suo obiettivo quello di cacciare nei parchi. Ma è anche e principalmente un regalo alla proprietaria fondiaria ed ai costruttori che avranno migliaia di ettari su cui chiedere le trasformazioni urbanistiche.

Le violazioni di Legge di Storace con la sua legge ammazza parchi

Ma queste modifiche sono illegittime ed incostituzionali. La legge di modifica dei parchi proposta dal centrodestra viola la legge nazionale sui parchi, la n.394, che stabilisce che in nessun parco è consentita la caccia e tanto meno l’apertura di nuove cave. E’ incostituzionale perché l’ambiente è un diritto costituzionalmente tutelato e sovraordinato e non può essere subordinato ad un interesse particolare come quello della caccia: l’interesse pubblico deve prevalere Ma non è solo Storace a dire bugie vi sono anche quelle tante bugie come dell’ assessore Verzaschi che dice di aver tagliato solo 4.000 ettari e che la superficie di aree protette ha raggiunto il 33,22 della superficie agrosilvopastorale destinata all’attività venatoria. Bugia: Verzaschi sostiene che la manovra di taglio dei parchi si è resa necessaria per riportare la superficie delle aree protette sotto il 30 % della superficie agrosilvopastorale destinata alla caccia.Per Verzaschi si sarebbe arrivato al 33,22%. Bugia…. Il comitato tecnico faunistico venatorio provinciale di Roma ha stabilito che la superficie agrosilvopastorale ammonta a 460.942 ettari con una percentuale di superficie interdetta alla caccia pari al 29,98 % senza quindi nessuna eccedenza: tutto ciò è scritto nel verbale del 17.3.1998 di detto comitato . L’assessore lo sa ma ha tenuto nascosto questo verbale. Inoltre Storace e Verzaschi hanno inserito nel computo tra le aree interdette alla caccia anche: l’aeroporto di Fiumicino,gli spartitraffico, i cimiteri ecc. Il tutto contro una sentenza del Consiglio di Stato la n. 717 del 21/5/2002 che dice l’esatto contrario.

Ma di chi è la proprietà fondiaria delle aree di parco tagliate ? Alcuni esempi: Parco dell’ Inviolata : l’imprenditore Todini possiede 150 ettari di area agricola, oggi eliminati dal parco, già dal 1995 aveva presentato almeno 20 progetti diversi di lottizzazione. Parco di Veio: lottizzazione Monte Gentile per 160.000 metri cubi di cemento e ville per 2.000 nuovi abitanti nell’area più suggestiva del parco di Veio . Dal 1994 la Prati immobiliare e la nuova proprietaria dell’area. Monte Gentile è stata esclusa dal parco. Parco della Marcigliana: Nel parco della Marcigliana insistono 700 ettari della Tenuta Cesarina di proprietà dell’imprenditore Salvatore Ligresti. In quell’area è stato proposto più di una volta dal presidente della Lazio Cragnotti la costruzione dello nuovo stadio. Riserva naturale Decima -Malafede: tutta la Tenuta del principe Vaselli. Nel 1990 la bretella autostradale Valmontone -Fiumicino passava sopra quei terreni che oggi sono stati tagliati da Storace. Parco Bracciano e Martignano: Vengono tolti al parco 948 ettari di boschi appartenenti al principe Odescalchi e ad una Banca d’investimento inglese. Nell’area stralciata insiste la località Pian Manziana di trasformare la destinazione da agricola in G1 edificabile. Altre aree tagliate sono la Rocca Romana, Area Baccano, Aree di Martignano, aree Crocicchie piena di siti etruschi.

Le società immobiliari hanno come evidente finalità quella di valorizzare il loro patrimonio immobiliare attraverso l’edificazione delle aree e che pertanto le stesse potrebbero essere oggetto di edificazione. Le particelle citate in premessa intestate a Marini Dettina Alfonso e Marini Dettina Domenico, nonché quelle relative a Oscoforo srl sede Milano Codice Fiscale 13112060150 intestato a Bramante Immobiliare srl di Avinicola Ferdinando nato il 1914, con sede a Milano in via D.Manin 37 costituita 11 aprile del 2000 e acquistatata da Immobiliare Lombarda SpA con sede a Milano in via D.Manin il 28 febbraio 2001, sono state oggetto in recente passato di progetti di lottizzazione presentati alle amministrazioni comunali rispettivamente di Sacrofano e Castelnuovo di Porto.

Su questa vicenda abbiamo presentato una interrogazione al Presidente della Giunta Regionale e all’ Assessore alle Politiche dell’Ambiente chiedendo l’annullamento della Delibera n.1197 del 9 agosto 2002 “Integrazione alla deliberazione di Giunta Regionale n. 1099 del 2 agosto 2002” inerente la Proposta di Legge 471 del 10/09/2002.

….. E NON DIMENTICHIAMO LA CACCIA!

La modifiche della legge regionale sulla caccia 17/95 ha consentito le deroghe per cacciare specie protette consente e gli abbattimenti di uccelli senza richiami vivi violando la legge nazionale e che consente di eseguire gli abbattimenti selettivi ai cacciatori. Nell’ultima stagione venatoria sono stati uccisi 10 milioni di animali e dispersi nell’ambiente tre tonnellate di piombo. A ciò aggiungiamo l’ approvazione della legge che introduce la pesca a motore nei laghi, e fiumi con reti con un diametro di 15 mm, per pescare pesci invisibili per quanto sono piccoli.

Nelle ultime modifiche della finanziaria 2003 si consente la caccia tutto l’anno in contrasto con la normativa statale ed europea, mentre nella finanziaria 2004 si consente l’attività di sparo nelle aree di addestramento cani e nelle aziende agrituristiche venatorie.

CIRCEO: LE MANI SUL PARCO

La Giunta Regionale del Lazio ha espresso con Delibera n. 243 del 2 aprile 2004 parere ai sensi del comma 1 dell’articolo 8 della Legge 6 dicembre 1991 n. 349 in merito allo schema di Decreto del Presidente della Repubblica di istituzione dell’ente Parco Nazionale del Circeo, proposto dal Ministro dell’Ambiente. Tale parere è stato formulato positivamente a condizione che vengano recepite le modifiche, soppressioni ed aggiunte proposte dalla Giunta Regionale del Lazio.

Uno dei passaggi più significativi: al comma 5 dell’art. 1 del dispositivo del Decreto, le parole: “le misure di salvaguardia riportate nell’allegato A) al decreto del quale costituisce parte integrante” sono sostituite dalle seguenti:

“le norme di tutela del Piano Territoriale Paesistico n. 13, attualmente vigente ai sensi della Legge Regionale n.24/1998, rinviando l’organizzazione generale del territorio e la sua articolazione in zone caratterizzate da forme differenziate di tutela e di uso al Piano del parco, a seguito di specifici ed approfonditi In studi scientifici e socio-economici”.

Le modifiche richieste dalla Giunta Regionale, sostituiscono totalmente le originarie zonizzazioni dell’area del parco (Zona 1 di rilevante interesse naturalistico, Zona 2 di interesse naturalistico, Zona 3 di valore paesaggistico) effettuate per preservare particolari ambienti, ricchi di rare specie animali e vegetali, importanti associazioni vegetali o forestali, tipiche comunità biologiche, particolari biotopi, delicati equilibri ecologici. Uno fra tutti, il vastissimo ambiente umido costituito da una successione di quattro Laghi Costieri (Lago di Paola o di Sabaudia, Lago di Caprolace, Lago dei Monaci e Lago di Fogliano) e di Zone Umide, stagionalmente allagate, che insieme ai prati-pascoli interclusi, formano un complesso territoriale dichiarato "Zona Umida di Interesse Internazionale" ai sensi della Convenzione di Ramsar (Iran 1971): le lagune salmastre e le aree stagionalmente impaludate da acqua dolce offrono infatti un ambiente particolarmente idoneo per le varie esigenze di sosta, svernamento o nidificazione di numerosissime specie dell'avifauna migratoria. Le suddette zonizzazioni ed i relativi divieti certamente potevano essere affinate, per meglio conservare questo straordinario patrimonio naturale, pur rimanendo nell’ambito legislativo della Legge 6 dicembre 1991 n.394 Legge quadro sulle aree protette, che detta principi fondamentali per l’istituzione e la gestione delle aree naturali protette, in attuazione dell’articolo 9 e 32 della Costituzione e nel rispetto degli accordi internazionali. Si è preferito invece adottare misure di salvaguardia diverse e finalizzate alla mera tutela paesaggistica, con la conseguenza che non sarà adeguatamente garantita la conservazione degli habitat faunistici e vegetazionali presenti nel Parco del Circeo.

Inoltre le misure di salvaguardia così proposte dalla Regione Lazio suscitano ulteriori dubbi, poichè rispecchiano esattamente le norme previste dal Piano Territoriale Paesistico n. 13 attualmente vigente, ma in fase di revisione per la redazione del Piano Territoriale Paesistico Regionale, e sul quale sono state formalizzate richieste di modifica tese ad allentare il regime vincolistico, dal Comune di San Felice Circeo con Deliberazione n.13 del 8 ottobre 2002, e dal Comune di Sabaudia con Deliberazione n.21 del 9 ottobre 2002.

Abbiamo inviato una lettera al Presidente Ciampi chiedendogli di non emanare il Decreto d’istituzione dell’Ente Parco Nazionale del Circeo così come modificato ed integrato dalla Delibera della Giunta Regionale del Lazio n. 243 del 2 aprile 2004.