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La pena di morte

Il Rapporto 2004 di Nessuno tocchi Caino, curato anche quest´anno da Elisabetta Zamparutti ed edito da Marsilio, è dedicato al Presidente dello Zambia, Levy Mwanawasa, che è anche autore della Prefazione. Cristiano battista di forti sentimenti abolizionisti, da quando è stato eletto Presidente nel 2001, Levy Mwanawasa ha dato un impulso notevole al processo di democratizzazione del paese e si è sempre rifiutato di firmare i decreti di esecuzione delle condanne a morte. Nell´aprile 2003, il Presidente Mwanawasa ha istituito una commissione per la revisione della Costituzione con il compito di decidere anche sulla abolizione della pena di morte. Il 21 maggio 2003, il Presidente Mwanawasa si è rifiutato di firmare decine di decreti di esecuzione e ha commutato tutte le sentenze in ergastolo. Il 27 febbraio 2004, il Presidente Mwanawasa ha commutato 44 condanne a morte in pene detentive comprese tra i 10 e i 20 anni. Ha anche annunciato che il governo chiederà al Parlamento di abolire la pena capitale e, nel frattempo, ha ordinato la revisione di tutti i processi capitali, con l´intenzione di commutarne le pene. Il 7 maggio 2004, il Presidente Mwanawasa ha commutato altre 15 condanne a morte, emesse per omicidio e rapina aggravata, in pene detentive varianti tra i 20 e i 50 anni. L´ultima esecuzione in Zambia è avvenuta nel gennaio 1997, quando in un giorno furono giustiziati otto detenuti. Da allora, in Zambia c´è una moratoria di fatto della pena di morte, che regge grazie soprattutto alle convinzioni del Presidente Mwanawasa, il quale ha dichiarato: "Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli, e finché sarò presidente non firmerò alcun ordine di esecuzione. Non voglio essere il capo dei boia."

I FATTI PIU´ IMPORTANTI DEL 2003 (e dei primi mesi del 2004)

La situazione ad oggi La situazione della pena di morte nel mondo è ulteriormente e positivamente cambiata in senso abolizionista nell´ultimo anno. I paesi o i territori che a vario titolo hanno deciso di rinunciare a praticarla sono oggi 133. Di questi 81 sono totalmente abolizionisti; 14 sono abolizionisti per crimini ordinari; 1 (la Russia) in quanto membro del Consiglio d´Europa è impegnato ad abolirla e, nel frattempo, attua una moratoria delle esecuzioni; 5 hanno stabilito una moratoria delle esecuzioni; 32 sono abolizionisti di fatto (non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni). I paesi mantenitori della pena di morte sono 63 (erano 66 nel 2002), anche se non tutti la praticano con assiduità. Nel 2003, solo 29 di questi paesi hanno compiuto esecuzioni (erano stati 34 nel 2002) che sono state almeno 5.599, un numero nettamente superiore alle 4.101 registrate nel 2002 e che si spiega con il fatto che per la prima volta dall´interno della Cina hanno cominciato a filtrare dati sulle esecuzioni che superano di gran lunga quelli diffusi negli anni scorsi dalle organizzazioni abolizioniste o dagli organi di stampa. In termini relativi e realistici, quindi, il numero delle esecuzioni nel 2003 è chiaramente diminuito nel mondo rispetto all´anno precedente. L´Asia rimane comunque il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se calcoliamo che in Cina vi sono state almeno 5.000 esecuzioni, il dato complessivo del 2003 corrisponde ad almeno 5.474 (nel 2002 erano state registrate 3.946 esecuzioni, ma non era ancora noto il dato reale della Cina). L´Africa conferma la tendenza ad abbandonare l´uso della pena di morte: nel 2003 sono state registrate 56 esecuzioni contro le 63 del 2002. L´Europa sarebbe un continente totalmente libero dalla pena di morte se non fosse per la Bielorussia che nel 2003 ha effettuato almeno 1 esecuzione. Anche le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per le 65 persone giustiziate negli Stati Uniti (erano state 71 nel 2002) e le 3 giustiziate a Cuba dopo alcuni anni che ciò non avveniva.

Cina, Iran e Iraq i primi paesi boia del 2003

Dei 63 mantenitori della pena di morte, 48 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In questi paesi, nel 2003, sono state compiute almeno 5.525 esecuzioni, pari al 98,7% del totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5000, circa l´89,3% del totale mondiale; l´Iran ne ha effettuate almeno 154; l´Iraq almeno 113 (fino al 9 aprile 2003, quando l´applicazione della pena di morte è stata sospesa dall´Autorità Provvisoria della Coalizione); il Vietnam almeno 69; l´Arabia Saudita 52; il Kazakistan almeno 19; il Pakistan almeno 18; Singapore almeno 14; il Sudan almeno 13. Molti di questi paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pena di morte, per cui il numero reale delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto. Ci sono infine situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie non filtrano nemmeno sui giornali locali. E´ il caso della Corea del Nord e della Siria. A ben vedere, in questi paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l´affermazione dello stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili. Sul terribile podio dei primi tre paesi al mondo che nel 2003 hanno compiuto più esecuzioni figurano quindi tre paesi autoritari: la Cina, l´Iran e l´Iraq (fino al 9 aprile 2003).

Cina, la realtà della pena di morte supera le stime più pessimistiche Il numero delle condanne inflitte, così come quello delle esecuzioni, è coperto in Cina dal segreto di Stato, ma una cosa è certa: la Cina è il primo paese-boia al mondo, e i dati reali sulla carneficina giudiziaria cinese cominciano a filtrare dall´interno dello stesso regime comunista. Questi dati superano ampiamente le cifre più alte stimate dagli occidentali sulle esecuzioni cinesi. Secondo quanto pubblicato nel volume "Disidai" o "La Quarta Generazione", scritto da un membro interno del partito che ha usato lo pseudonimo di Zong Hairen e pubblicato nel 2002, 15.000 persone sono state mandate a morte ogni anno in Cina per presunti crimini dal 1998 al 2001. Secondo quanto riferito da una fonte giudiziaria, nel 2003 in Cina sono state giustiziate circa 5.000 persone. Secondo Chen Zhonglin, deputato al Congresso Nazionale del Popolo (Parlamento) di Pechino, la Cina effettua ogni anno circa 10.000 esecuzioni. La sua dichiarazione è uscita sul China Youth Daily nel marzo 2004, ed è la prima volta che una tale stima viene resa pubblica su un giornale controllato dallo stato. Il 28 giugno 2003, il Presidente cinese Hu Jintao ha elogiato i meriti della campagna "colpire duro" che ha portato all´esecuzione di migliaia di cinesi dall´aprile 2001, quando è stata inaugurata, e ha annunciato che la campagna durerà almeno un altro anno. L´11 dicembre, Xiao Yang, Presidente della Corte Suprema del Popolo ha invitato il Paese a proseguire nella campagna durante la quale 819.000 persone sono state condannate a morte o a pene detentive di cinque anni o più. Nel tritacarne della pena capitale sono finiti imputati di reati violenti e nonviolenti: attentatori dinamitardi e militanti separatisti, assassini e rapinatori, sequestratori e stupratori, narcotrafficanti e spacciatori, contrabbandieri di armi e di sigarette, contraffattori di banconote e di fatture, protettori e tombaroli, corrotti e corruttori, sono stati processati in grandi adunate, esposti al pubblico, costretti a tenere al collo un cartello con il loro nome e il reato e infine giustiziati. Il Procuratore Generale della Cina, Han Zhubin, ha dichiarato che va intensificata in particolare la lotta "contro i separatisti, i terroristi e gli attivisti di culti malvagi nel nome della sicurezza nazionale." Han ha comunicato che negli ultimi cinque anni 3.550 persone sono state perseguite per "crimini contro lo stato", che includono omicidi, attentati dinamitardi e incendi, ma anche il pacifico dissenso politico. Han ha infatti confermato che la cifra comprende anche i sospetti membri del Falun Gong, bandito nel 1999 come "culto malvagio" e accusato di minacciare il potere del Partito Comunista. La Cina ha accusato di terrorismo anche attivisti che mirano a una maggiore autonomia del Tibet e gli uiguri del nord-ovest islamico del paese. Anche nel 2003 si sono levate voci contro la pratica degli espianti di organi di condannati a morte poi venduti per i trapianti.

Iran, di nuovo sul podio della disumanità Anche nel 2003 l´Iran è salito sull´orribile podio olimpico dei primi paesi-boia del mondo. Si è piazzato dopo la Cina, ma in rapporto alla popolazione la pena di morte in Iran è praticata tanto quanto in Cina. Sono state registrate almeno 154 esecuzioni, tra cui quelle di una donna e un minore, "in diminuzione" quindi rispetto al 2002 quando le esecuzioni in Iran erano state almeno 316, tra cui quella di una donna tramite lapidazione, ma è più probabile che il numero reale sia molto più alto. Le autorità non forniscono statistiche ufficiali, e i numeri qui riportati sono relativi alle sole notizie pubblicate da giornali iraniani, che evidentemente non riportano tutte le esecuzioni. Non c´è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche le frustate per chi ha rapporti sessuali prima del matrimonio, le fustigazioni per chi consuma alcool, il taglio delle mani e dei piedi per i ladruncoli.

Iraq, le ultime esecuzioni di Saddam Esecuzioni di oppositori politici e "cospiratori" militari si sono verificate in Iraq fino al giorno della caduta del regime di Saddam Hussein, il 9 aprile 2003. Da allora, l´applicazione della pena di morte in Iraq è stata sospesa dall´Autorità Provvisoria della Coalizione, sebbene sia rimasta nelle leggi del paese e ci siano molte probabilità di una sua re-introduzione nella nuova costituzione (quella provvisoria non vi fa alcun riferimento). Il 6 giugno 2004, il neo ministro della giustizia iracheno, Malek Dohan al Hassan, ha affermato che dopo il 30 giugno il suo paese avrebbe ripristinato la pena di morte e che l´ex presidente Saddam Hussein potrebbe esserne passibile. Non sarebbe il modo migliore per presentare al mondo il nuovo Iraq. Nessuno tocchi Caino ha registrato almeno 113 esecuzioni nei primi mesi del 2003, la maggior parte delle quali effettuate a seguito di processi sommari. Ma le stime passate sulle persone giustiziate durante la dittatura di Saddam sembrano essere state inferiori di decine di migliaia di vittime. L´Autorità Provvisoria della Coalizione in Iraq ha detto che almeno 300.000 persone sono state sepolte in fosse comuni. Funzionari di organizzazioni per i diritti umani parlano di 500.000 persone e alcuni partiti politici iracheni stimano che siano più di un milione le persone giustiziate e sepolte in luogo segreto.

Democrazia e pena di morte

Dei 63 paesi mantenitori della pena di morte, sono 15 quelli di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello stato di diritto. Le democrazie liberali che nel 2003 hanno praticato la pena di morte sono state 6 e hanno effettuato in tutto 74 esecuzioni, pari all´1,3% del totale mondiale: Stati Uniti (65), Botswana (4), Tailandia (4) e Giappone (1). Esecuzioni sono state segnalate anche in Mongolia e a Taiwan, ma il loro numero non è stato precisato. Le esecuzioni nelle democrazie liberali nel 2003 sono quindi calate rispetto al 2002 quando erano state 100. Rispetto all´anno precedente, nel 2003 è diminuito il numero delle esecuzioni, delle condanne e dei detenuti nel braccio della morte degli Stati Uniti. Le condanne a morte eseguite sono state 65, a fronte delle 71 del 2002. Dei 38 su 50 stati federati che prevedono la pena di morte, solo 11 hanno compiuto esecuzioni capitali: un numero così basso non si registrava dal 1993. Come quasi sempre è accaduto da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976, sono stati prevalentemente gli Stati del Sud a compiere esecuzioni, pari all´89% del totale. I primi tre della classifica sono il Texas con 24 esecuzioni (erano state 33 nel 2002), l´Oklahoma con 14 (il doppio del 2002) e il North Carolina con 7 (2 nel 2002). Un solo minorenne è stato giustiziato nel 2003, in Oklahoma, il che ha portato a 22 il numero dei minori di 18 anni al momento del reato giustiziati negli Stati Uniti dal 1976 (13 sono stati uccisi dal Texas). Non è diminuito solamente il numero delle esecuzioni, ma anche quello delle nuove condanne pronunciate dai tribunali (143 rispetto alle 159 del 2002) e dei detenuti nel braccio della morte (3.504, tra cui 72 minorenni e 49 donne, rispetto ai 3.557 del 2002). Inoltre, dai sondaggi risulta che si sta riducendo anche il sostegno della popolazione alla pena capitale. L´ultimo sondaggio della Gallup, che è dell´ottobre 2003, ha trovato il 64% degli americani a favore della pena di morte e il 32% contrari. Un dislivello sempre consistente, ma il 64% di favorevoli è la percentuale più bassa degli ultimi 25 anni. A contribuire a riaprire il dibattito sono state le modalità con cui viene applicata la pena di morte, i pregiudizi razziali (nel 2003 nessun bianco è stato giustiziato per casi di omicidio in cui la vittima fosse solo un nero) e di classe, ma soprattutto le continue scoperte di casi di errori giudiziari. Le persone riconosciute innocenti e liberate nel 2003 sono state 10, il doppio dell´anno precedente, il che porta a 113 (al 18 febbraio 2004) il totale degli esonerati dal 1973. La decisione dell´ex governatore dell´Illinois George Ryan ha contribuito a ridurre il numero dei detenuti nel braccio della morte e ad aumentare quello degli esonerati. Nel gennaio del 2003, come ultimo atto del suo mandato Ryan ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 167 detenuti e liberato quattro persone della cui innocenza si era personalmente convinto, svuotando così il braccio della morte dell´Illinois. Nell´aprile del 2003, il suo successore, il democratico Rod Blagojevich, dopo mesi di incertezza, ha deciso di proseguire con la moratoria ritenendo che non ci siano ancora le condizioni per garantire un sistema giudiziario a prova di errori.

Abolizioni legali, di fatto e moratorie

Il trend positivo in corso ormai da dieci anni ha trovato conferma anche nell´ultimo anno con una serie di paesi che hanno abolito totalmente la pena di morte o hanno attuato una moratoria legale delle esecuzioni o hanno superato dieci anni senza praticare la pena capitale e quindi vanno considerati abolizionisti di fatto. Dall´inizio del 2003, 5 paesi sono passati dal fronte dei mantenitori a quello a vario titolo abolizionista: Benin, Ghana, Malawi e Marocco, paesi mantenitori, hanno superato i dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi sono diventati abolizionisti di fatto; Kazakistan, già mantenitore, ha stabilito una moratoria delle esecuzioni. Altri 4 hanno fatto ulteriori passi in avanti all´interno dello stesso fronte abolizionista: Bhutan e Samoa, già abolizionisti di fatto, sono diventati totalmente abolizionisti; Bosnia Erzegovina, già abolizionista per crimini ordinari, è divenuto totalmente abolizionista; Armenia, già impegnata ad abolire la pena di morte in quanto Stato osservatore del Consiglio d´Europa, è divenuta abolizionista per crimini ordinari. Inoltre, il Messico, già abolizionista per crimini ordinari, ha approvato in prima lettura la legge per l´abolizione della pena di morte anche dai codici militari. In Iraq l´applicazione della pena di morte è stata sospesa dall´Autorità Provvisoria della Coalizione. Ulteriori passi verso l´abolizione o sviluppi positivi si sono verificati in Kenya, Zambia, Tagikistan e nei paesi della Comunità dei Caraibi.

Ripresa delle esecuzioni e tentativi di reintroduzione

Nel 2003, tre paesi hanno ripreso a praticare la pena di morte dopo anni di sospensione: Repubblica Democratica del Congo, Cuba e Ciad. Le Filippine, che avevano annunciato la ripresa, non hanno però effettuato nessuna esecuzione nel corso dell´anno. Nel gennaio del 2004, il Libano ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di moratoria di fatto. Ad aprile 2004, l´Afghanistan ha compiuto la prima esecuzione dalla caduta dei Talebani.

Pena di morte in base alla Sharia

Nel 2003, almeno 412 esecuzioni sono state effettuate in 14 paesi a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della Sharia. Ma il problema non è il Corano, perché non tutti i paesi islamici che ad esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico. Dei 48 paesi a maggioranza musulmana nel mondo, 19 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di morte sono 29, dei quali solo 14 l´hanno praticata nel 2003. Lapidazioni, impiccagioni, crocifissioni, decapitazioni e fucilazioni, sono stati i metodi con cui è stata applicata la Sharia nel 2003. Nel 2003, sono state emesse condanne a morte tramite lapidazione in Nigeria, Iran, Yemen e Pakistan, ma solo in quest´ultimo paese sono state eseguite. L´alternativa alla lapidazione, in esecuzione di sentenze capitali in base alla Sharia, può essere l´impiccagione, la quale spesso è effettuata in pubblico e combinata a pene supplementari come la fustigazione e l´amputazione degli arti prima dell´esecuzione. Esecuzioni di questo tipo sono avvenute nel 2003 in Iran, in Sudan e in Arabia Saudita dove un uomo è stato impiccato nella regione di Riad. E´ una delle rare impiccagioni effettuate nel regno dove il metodo di esecuzione preferito è la decapitazione, praticata 51 volte nel 2003, una delle quali nei confronti di una donna. Nel 2003, la decapitazione non è stata un´esclusiva dell´Arabia Saudita. E´ stata praticata anche in Iran nei confronti di un uomo ai confini con il Pakistan, il primo caso riportato da anni. Non propriamente una punizione islamica, la fucilazione è pure stata applicata nel 2003 in esecuzione di condanne in base alla Sharia in Yemen e in Somalia. Secondo la legge islamica, la famiglia di una persona assassinata può rinunciare alla condanna a morte del colpevole. Nella maggioranza dei casi la famiglia dell´assassino paga una somma di denaro come risarcimento, il cosiddetto "prezzo del sangue" o diyya. Casi in cui è stata applicata tale regola si sono registrati nel 2003 in Iran e in Arabia Saudita. In alcuni paesi islamici, la pena capitale è stata estesa in base alla Sharia anche ai casi di blasfemia, cioè può essere imposta a chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture. La legge contro la blasfemia è stata applicata nel 2003 solo in Pakistan e in Iran dove il 3 maggio 2004 la corte d´appello di Hamedan ha confermato la pena di morte per il professore universitario Hashem Aghajari, reo di aver auspicato una riforma dell´Islam che andasse nel senso di quella protestante all´interno del cristianesimo, cioè una maggiore libertà dell´individuo rispetto ai vertici religiosi, dei quali veniva contestata la pretesa di essere l´unica fonte autorizzata di interpretazione del Corano.

Pena di morte nei confronti dei minori

In aperto contrasto con quanto stabilito dai patti internazionali, nel 2003 sono state giustiziate 3 persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato. E´ accaduto in 3 paesi: Iran, Cina e Stati Uniti (Oklahoma). Nel dicembre 2003, il parlamento iraniano ha approvato una legge che stabilisce tribunali speciali per giudicare i minorenni ed esclude l´esecuzione di persone che avevano meno di 18 anni al momento del fatto. La proposta, che dopo l´approvazione del parlamento attende quella dell´organo superiore di controllo legislativo, il Consiglio dei Guardiani, escluderebbe i minori anche dall´ergastolo e dalle frustate. Nell´ottobre del 1997, il codice penale cinese era stato emendato nel senso di abolire la condanna a morte nei confronti di chi aveva commesso un reato quando aveva meno di 18 anni. Ciononostante, le esecuzioni di minori sono continuate. Nell´agosto del 2003, la Corte Suprema del Missouri ha stabilito che l´esecuzione di minori di 18 anni è incostituzionale. Lo Stato del Missouri ha fatto ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale il 26 gennaio del 2004 ha accettato di esaminare il caso, rimettendo in discussione la sua sentenza del 1989 (Stanford v. Kentucky) che autorizzava l´esecuzione di persone che avevano 16 o 17 anni al momento del crimine.

La "guerra alla droga"

Anche per il 2003, il proibizionismo sulle droghe ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di morte. Nel nome della guerra alla droga e in base a leggi sempre più restrittive, sono state effettuate esecuzioni in Arabia Saudita, Cina, Iran, Singapore, Tailandia e Vietnam. Delle 52 esecuzioni nel 2003 in Arabia Saudita, 30 sono avvenute per reati di droga. Anche nel 2003, la Cina ha commemorato il 26 giugno, giornata internazionale contro la droga, con un´ondata di pubbliche esecuzioni. Solo quelle di cui hanno parlato i giornali cinesi sono state 65, molte delle quali sono avvenute immediatamente dopo manifestazioni pubbliche in cui migliaia di persone hanno assistito all´emanazione delle sentenze. Secondo le stesse autorità, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. A Singapore la pena di morte è obbligatoria per il traffico di 15 grammi o più di eroina, 30 grammi di cocaina o 500 grammi di cannabis. Delle 14 esecuzioni note per il 2003, almeno 6 sono state effettuate per traffico di droga. Tre delle quattro persone giustiziate in Tailandia nel 2003 erano state condannate per droga. Ma in Tailandia non c´è solo l´esecuzione legale per chi traffica droga. Secondo lo stesso Centro per la Repressione della Droga del Ministero dell´Interno, nei primi venti giorni del mese di febbraio, 977 persone hanno perso la vita in "omicidi malavitosi" legati alla droga, mentre 16 sospetti sarebbero stati uccisi dalla polizia per legittima difesa. Nel 2003, si è registrata in Vietnam una escalation nell´applicazione della pena di morte, in particolare per reati di droga. Secondo notizie uscite sui giornali del regime, delle 110 persone condannate a morte, 63 sono state per droga.

La "guerra al terrorismo"

Anche nel 2003 sono state approvate in alcuni paesi proposte di legge antiterrorismo che prevedono in certi casi l´applicazione della pena di morte e, in altri, una riduzione dei margini di libertà pubblica e di tutela dei diritti civili. Leggi speciali contro il terrorismo sono state approvate in Indonesia, Marocco, Taiwan e Qatar. In nome della lotta al terrorismo, paesi autoritari e illiberali hanno continuato nella violazione dei diritti umani al proprio interno, hanno giustiziato e perseguitato persone in realtà coinvolte solo nella opposizione pacifica o in attività sgradite al regime. Ciò è avvenuto: in Cina nei confronti di prigionieri politici tibetani e di leader musulmani uiguri del movimento che lotta per la fondazione di uno stato indipendente nel Turkestan Orientale; in Iran nei confronti di militanti curdi; in Uzbekistan nei confronti di militanti islamici.

La persecuzione di appartenenti a movimenti religiosi o spirituali

Nel 2003, sono continuati in alcuni paesi gli attacchi, gli interrogatori, le incarcerazioni e i maltrattamenti fisici nei confronti di membri di movimenti religiosi o spirituali non autorizzati dallo Stato. In Cina, centinaia di luoghi di culto, moschee "clandestine", templi tibetani, seminari, chiese cattoliche e chiese protestanti "domestiche", sono stati chiusi dalla polizia e, in alcuni casi, demoliti. Tra giugno e agosto del 2003, più di 50 aderenti al Falun Gong sarebbero morti nei campi di detenzione, molti a causa delle torture subite. Nella Corea del Nord è continuata la persecuzione di protestanti, cattolici, buddisti e membri di chiese cristiane clandestine. Fedeli cristiani sono stati imprigionati, picchiati, torturati o uccisi per aver letto la Bibbia e predicato su Dio, in particolare per aver avuto legami con gruppi evangelici operanti oltre confine in Cina. La campagna condotta in Vietnam contro le chiese cristiane "illegali", "contaminate dai protestanti americani e quindi contrarie agli interessi del paese", è continuata nel 2003. Particolarmente dura la repressione nei confronti dei Montagnard, la minoranza etnica di religione cristiana che abita gli Altipiani Centrali. La Montagnard Foundation, un gruppo a tutela dei diritti umani che ha base in South Carolina, ha riportato una serie di esecuzioni sommarie di membri della comunità Degar avvenute nel corso dell´anno. Nella giornata del 10 aprile 2004, in occasione della Pasqua, migliaia di Montagnard hanno condotto manifestazioni pacifiche sugli Altipiani Centrali per chiedere la fine degli anni di persecuzione religiosa, di confisca delle terre ancestrali e di negazione di autonomia politica. Le forze paramilitari vietnamite hanno attaccato i manifestanti. In una dichiarazione del 22 aprile, Human Rights Watch ha riferito di "decine di protestanti feriti durante le manifestazioni", e di alcuni di loro "picchiati a morte". La Montagnard Foundation ha riportato invece circa 400 morti.

La pena di morte "top secret"

Molti paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte. In Cina, la questione è considerata un segreto di stato e, a parte alcune centinaia di esecuzioni riportate dai giornali locali, la stima sui dati reali relativa a migliaia di esecuzioni ogni anno si è basata in passato su fonti diplomatiche o giornalistiche occidentali e, a partire dal 2001, è stata fornita con più precisione da fonti interne al regime. In piena continuità con la tradizione sovietica, la pena di morte è considerata un segreto di stato anche in Bielorussia, Tagikistan e Uzbekistan: in questi paesi i dati disponibili sulle esecuzioni sono quelli forniti da organizzazioni internazionali oppure relativi solo a notizie uscite su media statali o dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati; anche qui il numero reale delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto. In altri paesi, come Iran, Vietnam o Yemen, i dati riportati sono relativi solo alle notizie uscite su media statali. Ci sono infine situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie non filtrano nemmeno sui giornali locali. E´ il caso della Corea del Nord e della Siria.

La "civiltà" dell´iniezione letale

Alcuni paesi hanno deciso recentemente di passare alla iniezione letale come metodo di esecuzione. Il cambio è stato presentato come una conquista di civiltà e un modo più umano per mandare all´altro mondo i condannati a morte. Nel marzo 2003, il Dipartimento di Giustizia della provincia dello Yunnan, nel sud della Cina, ha inviato ai tribunali intermedi diciotto furgoni opportunamente modificati per giustiziare i condannati mediante iniezione letale direttamente sul luogo del processo. Liu Huafu, 21 anni, e il suo complice Zhou Chaojie, 25, due contadini condannati per traffico di eroina, "hanno beneficiato del più recente progresso del sistema giudiziario cinese," ha scritto il quotidiano ufficiale "Pechino Oggi". "L´uso dell´iniezione letale dimostra che il sistema della pena di morte in Cina sta diventando più civile e umano," ha dichiarato Zhao Shijie, presidente dell´Alta Corte dello Yunnan. Il 12 dicembre 2003, in Tailandia, sono state eseguite nel famigerato carcere di Bang Kwang le prime esecuzioni tramite iniezione letale dopo 68 anni e 319 giustiziati tramite fucilazione. "Abbiamo adottato l´iniezione letale per motivi umanitari, perché è un metodo che provoca meno sofferenza", ha detto il direttore generale del Dipartimento di Correzione il quale ha precisato che per le esecuzioni sono state utilizzate tre droghe: la prima ha sedato i condannati, la seconda ne ha rilassato i muscoli e la terza ne ha fermato il cuore.

Boia cercasi

Anche nel 2003, si sono registrati casi in cui la macchina della morte non ha potuto funzionare per la mancanza di un esecutore materiale della sentenza. In India, nel carcere di Hazaribag, l´unico con il braccio della morte nello Jharkhand, l´ultima impiccagione è avvenuta nel 1964, quando un prigioniero condannato all´ergastolo è stato trasformato in boia poiché non si trovava nessuno disposto a fare questo servizio. Nel 1995 le autorità del carcere avevano cercato di convincere alcuni detenuti a giustiziare dei condannati a morte, ma non ci sono riusciti. Grazie a questo, sui 12 uomini condannati a morte dello Stato continua a vigere una moratoria di fatto delle esecuzioni. Il carcere di Ranchi si era trovato nella stessa situazione nel 1995 e allora un prigioniero venne portato a Bhagalpur per essere giustiziato. Ma dal 1999, anche a Bhagalpur nessuna condanna a morte è stata eseguita: i 36 detenuti nel braccio della morte non sono stati giustiziati perché non c´era il boia. L´ultimo è morto e non è stato trovato nessuno che lo voglia sostituire. Nel febbraio 2003, le guardie carcerarie e i dirigenti della prigione di Bomana a Papua Nuova Guinea hanno comunicato che non avevano nessuna intenzione di impiccare un condannato per omicidio e che il giudice responsabile della condanna a morte avrebbe dovuto "eseguirla lui stesso". "Non vogliamo impiccare la gente. Il nostro ruolo dovrebbe essere quello di prenderci cura dei detenuti," ha dichiarato il sovrintendente David Melange. Il Governatore della provincia di Morobe, Luther Wenge, ha detto che si deve approvare una legge che costringa i funzionari delle carceri a giustiziare i prigionieri nei bracci della morte. "Altrimenti dovremmo far venire dei boia dal Texas", ha detto riferendosi al frequente uso della pena capitale adottato nel paese statunitense.

IL PROGETTO AFRICA DI NESSUNO TOCCHI CAINO

L´iniziativa di Nessuno tocchi Caino volta a presentare la risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali alla Assemblea Generale del 2003, affidata alla presidenza italiana dell´Unione Europea, non ha avuto alcun esito. Per rilanciarla, il 13 e 14 febbraio 2004, si è svolta a Roma la Conferenza Internazionale "Moratoria delle esecuzioni capitali", alla quale hanno partecipato parlamentari e rappresentanti di governi di paesi africani dove l´evoluzione del processo democratico ha segnato negli ultimi anni passi notevoli verso l´abolizione della pena di morte: Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Mali, Ghana, Senegal, Nigeria, Zambia, Sierra Leone. La Conferenza di Roma ha approvato un progetto che prevede una azione di lobby in paesi africani con missioni, conferenze regionali e campagne di sensibilizzazione dell´opinione pubblica. L´Africa può assumere un ruolo simbolico e nello stesso tempo decisivo nella iniziativa. Tutte le guerre civili dei giorni nostri hanno conosciuto le più gravi violazioni al diritto umanitario internazionale: genocidi, mutilazioni e stupri di massa, esecuzioni sommarie, deportazioni. Ma solo in Africa eventi di questo tipo hanno assunto dimensioni catastrofiche. Milioni di morti tra Sierra Leone, Burundi, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo e, ultima catastrofe in corso, Sudan. Di fronte a massacri di così vaste proporzioni, va salvaguardato l´interesse legittimo delle vittime a che i responsabili di gravi crimini siano puniti. Ma la lotta contro l´impunità non si può risolvere nella pena di morte. Con la partecipazione attiva a una campagna "globale" come quella per una moratoria universale della pena di morte, l´Africa può dimostrare di non volere essere più terra di colpi di stato, di esecuzioni sommarie e di esecuzioni capitali; anzi, di essere capace di lanciare al mondo segnali di nonviolenza. L´Africa, inoltre, è il continente dove vi è il maggior numero di paesi che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni: 18 su 32 stati membri delle Nazioni Unite. La situazione è matura per la legalizzazione della sospensione di fatto della pena di morte e, in alcuni casi, anche per l´abolizione. Ma, soprattutto, è questo gruppo di paesi africani che può fare la differenza nel voto all´Assemblea Generale sulla risoluzione pro moratoria. Se presentata al Palazzo di Vetro, Nessuno tocchi Caino prevede che la risoluzione passerà con la maggioranza assoluta dei voti: tra i 97 e i 104 paesi voteranno a favore, tra i 17 e i 25 si asterranno, tra i 63 e i 69 voteranno contro. Un emendamento tendente a riaffermare il primato della "giurisdizione interna" su questa come su altre materie inerenti ai diritti umani, che sarà certamente avanzato da Egitto e Singapore e altri paesi mantenitori, sarà respinto con 96 voti contrari, 76 voti a favore e 17 astensioni e 2 paesi indecisi tra voto contrario e astensione.