Manifesti pubblicitari
A Parigi, vetrina della modernità , sono affissi annualmente circa 1 milione e mezzo di manifesti. L’invasione dei manifesti pubblicitari provoca un impatto tale da generare una radicale trasformazione del paesaggio urbano. Il manifesto pubblicitario, espressione della provvisorietà , è il simbolo dei tempi nuovi, del moderno descritto da Baudelaire; corrisponde alla rapidità e alla fugacità della vita della metropoli.
In virtù della sua ampia diffusione, il manifesto è considerato dai teorici dell’Art Nouveau come uno dei mezzi più efficaci per l’educazione estetica delle masse, è un’arte “democratica” e la strada è un museo in cui l’individuo può arricchire la propria educazione.
Frutto della cooperazione tra arte e industria, i dispositivi della grafica pubblicitaria promuovono e consolidano i nuovi valori ed i nuovi stili di vita imposti dalla società dei consumi. Nel 1914, il pittore Fernand Léger ha spiegato la relazione tra vita moderna e nuova espressione pittorica: i manifesti pubblicitari sono indicati come una delle risposte più efficaci alle nuove esigenze estetico-percettive.
Il manifesto ideale è quello su cui basta lasciar cadere lo sguardo per cogliere, nostro malgrado, il testo (Georg D’Avenel 1901). Alla velocizzazione dei flussi metropolitani corrisponde dunque una ve10cizzazione delle forme comunicative. Secondo l’espressione del grafico francese Cassandre, il manifesto deve diventare un vero e proprio “incidente ottico”, colpire il passante come un proiettile.
La metropoli, con le sue vetrine e i suoi manifesti, appare come un labirinto a più entrate nel quale sono concentrati choc-colore e choc-semantici.
Simmel registra la sovrabbondanza di impressioni e Benjamin descrive questo processo come la trasformazione dell’Erfahrung (l’esperienza sedimentata nel tempo e perciò depositata nel ricordo) nell’Erlebnis, ossia la riduzione dell’ esperienza ad una serie di immagini e di pensieri solo parzialmente registrati e destinati ad essere dimenticati. L’esperienza della metropoli è dunque la frammentazione e la disintegrazione dell’ esperienza stessa.
In letteratura, dalla metà dell’Ottocento, l’eterogeneità e la discontinuità diventano i principi formali sui quali si fonda la rappresentazione della città ; la totalità risulta da un’ accumulazione di frammenti e presenta notevoli analogie con il flusso di coscienza della prosa di James Joyce.
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