Un software scopre il fotoritocco di Photoshop

Fotoritocco con Photoshop

Fotoritocco con Photoshop

Un tocco di Photoshop non si nega a nessuno. Nemmeno alle più belle, come Angelina Jolie. E nemmeno ai più sexy come George Clooney. Altro che chirurghi plastici, riduzioni o aumenti di taglie di seno, rinoplastiche e interventi di liposuzione o distensione delle famigerate zampe di galline. Perché negarsi un miglioramento indolore, perché virtuale? L’aiutino digitale è diventato la regola: sulle riviste, nelle foto delle campagne pubblicitarie, nei servizi di moda. Mi ritocco dunque sono. E anche se ormai tutti ne sono al corrente fa sempre effetto vedere quell’abbondanza di perfezione che trasborda dai giornali e che spesso induce a mettersi in discussione. Così il professore Hany Farid, scienziato dell’università di Dartmouth, negli Stati Uniti, insieme con il ricercatore Eric Kee, hanno trovato il modo di misurare in maniera oggettiva l’entità del ritocco. E hanno creato un sistema di misura che potrebbe essere adottato in Paesi come Francia, Gran Bretagna e Norvegia per segnalare quando le immagini sono state pesantemente manipolate. Il software creato è costituito da un algoritmo in grado di valutare i cambiamenti geometrici e fotometrici di un’immagine. Tra i primi rientrano per esempio il dimagrimento di fianchi e cosce, l’allungamento degli arti e del collo e l’allargamento degli occhi. I secondi sono costituiti soprattutto da alterazioni del tono della pelle, eliminazione di imperfezioni, brufoli, cellulite, lentiggini, borse e cerchi scuri intorno agli occhi. Una volta calcolate tutte le manipolazioni il software affida all’immagine un punteggio da 1 a 5, partendo dalle foto meno ritoccate. Farid e Kee hanno analizzato 468 coppie di ritratti prima e dopo la cura Photoshop, poi hanno mostrato le stesse immagini a centinaia di volontari reclutati sul web chiedendo loro di dare gli stessi punteggi, da 1 a 5, a seconda del livello di cambiamento. È saltato fuori che il software creato in laboratorio ha una percezione molto simile a quella dell’occhio umano. L’algoritmo potrebbe essere il punto di partenza per una regolamentazione dell’uso di Photoshop. © Deborah Ameri

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